Mindfulness e disturbo da alimentazione incontrollata

     


    Ginevra

    Arrivo della primavera



     

    La meditazione è «un’attività vivente, del tutto basata sull’esperienza.

    Non può essere insegnata come una materia puramente scolastica.

    Il cuore vivo della pratica meditativa deve scaturire dall’esperienza personale».

    Henepola Gunaratana, monaco buddista (1995)

    Cosa è la Mindfulness?

    Il termine «mindfulness» è la versione inglese della parola «sati» dell’antica lingua pali delle scritture buddhiste, che potrebbe essere tradotta con «attenzione consapevole», «meditazione di consapevolezza», o più brevemente nell’uso corrente «consapevolezza». In tempi relativamente recenti, le pratiche contemplative orientali hanno avuto una grande diffusione in Occidente grazie soprattutto all’opera di alcuni monaci buddhisti, maestri zen e di altre tradizioni, costretti all’esilio, e grazie anche ai molti centri aperti da insegnanti occidentali formatisi in Oriente, a cominciare dalla fine degli anni ’60, presso i monaci buddhisti.

    La meditazione mindfulness si rifà alla pratica meditativa vipassana, che è la più antica delle pratiche buddhiste, e si colloca nella tradizione buddhista theravada, nata nell’Asia meridionale e sud-orientale, in Thailandia, Birmania, Laos, Cambogia e Sri Lanka, e in uso sia nell’ambiente monastico sia in quello laico da più di 2500 anni.

    La meditazione di consapevolezza si riferisce quindi alla possibilità di acquisire una profonda conoscenza attraverso un atto di percezione non mediato dai pensieri della mente, capace di generare nel tempo una comprensione intuitiva, profonda e non concettuale, di quello che sta accadendo nel momento in cui accade.

    Secondo la definizione di Kabat-Zinn (1994), «mindfulness significa prestare attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante»

    La mindfulness è propriamente una modalità di consapevolezza fondata sull’affinamento dell’attenzione sull’esperienza immediata con un atteggiamento di apertura e accettazione e favorisce un maggiore riconoscimento degli eventi mentali nel momento presente.

    “La mente è dunque attraversata da un continuo, spesso inconsapevole, automatico flusso di pensieri, a volte distorti, che si presentano anche sotto forma di ricordi, di immagini, di idee che rimandano quasi sempre a giudizi, desideri, pianificazioni, preoccupazioni, aspettative, tentativi di controllo. È proprio ai pensieri prodotti ininterrottamente dalla mente che va attribuita in gran parte la responsabilità del nostro malessere” (A. Montano 2007).

    I trattamenti terapeutici basati sulla mindfulness

    Nel corso degli ultimi anni, sono stati definiti in ambito clinico diversi trattamenti psicoterapici basati sulla mindfulness o che includono la pratica della mindfulness all’interno di un set più ampio e articolato di metodiche e tecniche terapeutiche.

    La pratica della mindfulness, all’interno dei protocolli di trattamento di salute mentale, viene insegnata indipendentemente dalle sue tradizioni religiose e culturali (Kabat-Zinn, 1982, 2003; Linehan, 1993b). Benché, infatti, la mindfulness sia l’aspetto centrale delle pratiche buddhiste di meditazione, la sua essenza è universale, ed è in grado di essere concretamente d’aiuto per le persone che soffrono senza per questo richiedere un loro coinvolgimento nella religione buddhista o l’adesione a una qualsiasi altra fede religiosa.

    I quattro principali approcci mindfulness-based strutturati e almeno in buona parte validati con evidenze empiriche sono:

    • Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR; Kabat-Zinn, 1990), un corso di addestramento alla mindfulness con molteplici applicazioni nel campo della salute fisica e mentale;

    • la Dialectical Behavior Therapy (DBT; Linehan, 1993a, 1993b), che è diventata uno fra i trattamenti principali per il disturbo borderline di personalità e viene utilizzata in generale per la regolazione degli affetti;

    • la Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT; Segal, Williams, & Teasdale, 2002), un adattamento del protocollo MBSR che implementa le tecniche della terapia cognitiva per prevenire le ricadute nel trattamento della depressione;

    • la Acceptance and Commitment Therapy (ACT; Hayes, Strosahl, & Wilson, 1999; Hayes & Strosahl, 2004), che incoraggia i pazienti ad accettare, invece che controllare, le sensazioni e le situazioni spiacevoli.

    Mindfulness e disturbi dell’alimentazione

    Nel corso degli ultimi anni sono stati effettuati vari studi circa i benefici della pratica di meditazione di consapevolezza all’interno di alcuni trattamenti di cura per i disturbi dell’alimentazione. In uno studio di Telch (2000), per esempio, sono stati valutati gli effetti della DBT su un gruppo di 11 donne affette da disturbo da alimentazione incontrollata. Queste parteciparono per 20 settimane a incontri di circa due ore. Nove pazienti su undici presentarono una completa risoluzione delle abbuffate e non incontrarono più per lungo tempo i criteri per un disturbo da alimentazione incontrollata. Impararono, infatti, a riconoscere e osservare le proprie emozioni e dunque a regolare le emozioni negative senza ricorrere al cibo. Uno studio di follow up a sei e sette mesi confermava i risultati iniziali.

    Telch ed altri studiosi (2001) fecero inoltre un confronto tra un gruppo di pazienti affette da disturbo da alimentazione incontrollata che avevano seguito un trattamento con DBT e un gruppo di pazienti ugualmente affette dallo stesso disturbo ma che restarono in lista di attesa. Alla fine del trattamento le pazienti che avevano seguito una DBT presentavano la remissione dei sintomi nel 89 % dei casi vc il 12,5% del gruppo in lista d’attesa. Inoltre i pazienti che avevano seguito la DBT presentavano miglioramenti circa il peso, la forma e l’aspetto fisico oltre che una capacità di gestire l’alimentazione nei momenti di fame. Il follow up a sei mesi indicava che il 56% delle pazienti continuava a non avere abbuffate. Veniva pertanto ipotizzato che il trattamento aiutava le persone circa l’impulso alle abbuffate quando si presentavano emozioni negative e non tanto a diminuire le emozioni stesse.

    In un altro studio Baer riporta una riduzione dei sintomi del disturbo alimentare (abbuffate, preoccupazioni circa il peso e la forma del corpo) in pazienti che praticavano meditazione di consapevolezza.

    Heffner (2002) riporta un caso di anoressia nervosa trattata con la ACT. I risultati indicano possibili benefici da questo tipo di trattamento se aggiunto anche ad altre terapie. Studi di evidenza scientifica, inoltre, sono stati condotti e riportati da Kristeller, Quilliam-Wolever, & Sheets (2005) attraverso ricerche randomizzate. Lo studio pilota riguardava 20 pazienti affette (DSM V) da disturbo da alimentazione incontrollata e Obesità. Di queste 18 portarono a termine il trattamento. Nessuna aveva mai avuto esperienze di meditazione. L’età media era di 46,5 anni e il BMI medio era di 40. Dopo una prima valutazione esse parteciparono a un programma di mindfulness di gruppo per sette settimane con l’ausilio di un manuale. I dati descrissero una significativa riduzione del numero delle abbuffate a settimana (da 4 a 1,5) e la totale scomparsa alla fine delle sette settimane. Solo per 4 pazienti venivano rilevati ancora i criteri per una diagnosi di disturbo da alimentazione incontrollata a fine percorso. I punteggi rilevati attraverso la BES indicavano un passaggio da punteggi di “grave disturbo” a punteggi di “poco o nessun disturbo”. Anche i punteggi relativi a depressione e ansia, misurati attraverso altri test, descrivevano una risoluzione della sintomatologia (da punteggi patologici a punteggi nella norma). Tuttavia non si rilevavano grandi cambiamenti circa il peso. I pazienti, in una prima fase, praticavano meditazione solo prima o durante i pasti e successivamente inserirono la meditazione come pratica quotidiana formale rilevando un miglioramento circa le sensazioni di sazietà (ovvero percepivano di più la sazietà durante i pasti). I risultati erano dovuti tuttavia anche ad alcuni interventi di tipo cognitivo comportamentale utilizzati durante gli incontri. La pratica risultava particolarmente utile a modificare il rapporto circa i propri pensieri e comportamenti, oltre che gli stati d’animo. In particolar modo la pratica determinava un aumento della consapevolezza circa le sensazioni di fame e di sazietà. Nei pazienti infatti, era particolarmente difficile smettere di mangiare piuttosto che iniziare un pasto. L’aumento della consapevolezza della sensazione di sazietà aiutava loro a consumare pasti normali. Successivamente Kristeller condusse uno studio su 85 pazienti con disturbo da alimentazione incontrollata includendo anche soggetti maschi. Tale gruppo fu confrontato con un gruppo in lista di attesa e un gruppo che seguì un trattamento psicoeducazionale.


    Il programma MB EAT

    Il programma MB EAT prevede 9 sessioni durante le quali vengono affrontati i temi inerenti alle emozioni, alla possibilità di accettare e gestire alcune emozioni quali la rabbia e il senso di colpa; vengono svolti esercizi di meditazione consapevole sull’alimentazione, sul senso di fame e sazietà, sulla scelta degli alimenti, sulle sensazioni che possono scaturire attraverso il cibo e il gusto; alcuni temi vengono affrontati attraverso la meditazione del perdono e della saggezza. Ciascun incontro prevede una pratica meditativa, la condivisione, la discussione dei temi e l’ assegnazione di compiti da svolgere in casa che riguardano per lo più la pratica formale e informale e il pasto consapevole. Ciascun partecipante utilizza a tal fine un CD di supporto alla pratica. Gli ultimi incontri sono caratterizzati da una riflessione sulle possibili scivolate e dunque alla prevenzione delle ricadute oltre che al confronto sui cambiamenti e i risultati raggiunti.

    Il programma prevede inoltre un incontro iniziale per la conoscenza dei partecipanti e per dare informazioni circa la pratica della meditazione e del programma; E’ molto importante, infatti, valutare e sostenere la motivazione di ciascun partecipante poiché la pratica potrebbe essere vista come un grave sforzo da compiere piuttosto che come il piacere di dedicare tempo a se stessi. Motivare le persone alla pratica è speso una sfida.

    Conclusioni

    E’ molto difficile coinvolgere le persone con un disturbo dell’alimentazione in un approccio mentale diverso circa l’alimentazione. Queste persone, infatti, hanno una storia di numerosi tentativi di dieta falliti e sono molto diffidenti. Le tecniche che riguardano la meditazione non vanno presentate come strategia per rilassarsi . E’ utile evidenziare quanto sia importante non la quantità del cibo ingerito ma la qualità del momento vissuto durante i pasti e dunque la possibilità di mangiare con consapevolezza e di percepire per esempio il gusto di ciò che viene consumato. Inoltre è necessario un incontro di valutazione prima dell’inizio della pratica oltre che un incontro durante il quale spiegare di cosa si tratta e capire quali sono le competenze del paziente circa la meditazione, cosa sa, se ha mai praticato al fine di liberare la persona da luoghi comuni. Molti associano la mindfulness a un contesto religioso e spirituale e questo può rappresentare una resistenza. Inoltre è utile lavorare sulla motivazione poiché la pratica non è facile da fare ogni giorno, richiede impegno e disciplina. La formazione del terapeuta è di fondamentale importanza, è necessario che il terapeuta abbia una lunga esperienza in meditazione.